Visite

febbraio 21, 2011

IL GRINTA (True Grit), Joel & Ethan Coen

Immaginate di vedere questo film dalla grande atmosfera, dai campi lunghi e dalla musica lenta e suggestiva con l'audio che miagola pesantemente, e il tizio addetto al proiettore che a un certo punto decide di aprire l'oblo e far sentire alla sala il rumore del medesimo, con in più la sua risposta al walkie-talkie che porta alla cintura - "ok, va bene arrivo, ci penso io, ricevuto".
Immaginate che per superne ragioni, qualcuno decida di inzepparci anche l'intervallo, riempiendo 8 lunghi, lunghissimi minuti con un pesantissimo pippero che fa il verso (male) a Carosone. L'intervallo, oggi, si origina e risolve in due tagli bruti alla pellicola, col film che quindi interrompesi di brutto, quasi fosse un guasto, e riparte alla stessa maniera, talché lo stolto - ma sól quello - potrà dire: "però, bravi questi, han già risolto il guasto!".
Potreste dire, alla fine, di averlo apprezzato?
E invece.
Sì, eccome: perché il remake di un film del 1969 di Barry Hathaway (True Grit) con un semi-vecchio John Wayne già malato e proprio con questo film vincitore dell'unico suo Oscar in carriera, è un'operazione così riuscita e compiuta che su queste cose passi sopra a corsa, e magari approfitti dell'intervallo per andarti a prendere il pop-corn che i tizi di cui sopra mettono a ricompensa (a titolo gratuito, sennò col cazzo!) delle tue sopportazioni.
Western già di un filone crepuscolare - quindi che fa di suo a meno degli adamantini cow-boy tutti d'un pezzo, rudi e dalla parte del giusto, senza paure e realismo alcuni - viene reso in direzione più di un romanzo picaresco che altro, evitando così al tempo stesso l'omaggio tra lo struggente l'ironico e il realistico (inteso nel senso più quotidiano del termine, maiali che scappano nel fango, eroi che salgono male a cavallo, bounty-killer miopi, etc.) che allo stesso tema aveva riservato il più grande regista ad oggi (che Dio o chi per lui ce lo conservi) Clint Eastwood, in Unforgiven.
Tornando al nostro caso, in altre parole: si prende un genere defunto e ampiamente dimenticato e gli si rendono un'ora e cinquanta di onori, con la consapevolezza che al termine di tale tempo il genere, un po' attualizzato e contaminato, tornerà sottoterra buono buono. Ovvi e dovuti, anche i garbati consueti omaggi, primo fra tutti il treno che arriva in stazione con l'inquadratura che si perde pateticamente in lontananza (C'era una volta il West - non si potrà mai evitare un omaggio a Sergio Leone, uno che già il genere l'aveva contaminato col genio). Dite voi il resto, tanto sarà sempre questione di due o tre nomi.
La ragazzina quattordicenne (Hailee Steinfeld, candidata giustamente all'oscar come attrice non protagonista) incarica un cacciatore di taglie (Jeff Bridges-Drugo Lebowski riciclato in versione ciclope inanzianito, seduto sghembo sul suo cavallo - magnifico) un po' cialtrone di prendere l'assassino di suo padre, salvo poi partecipare in prima persona all'impresa. Mirabili, sempre sul filo di un ironia tutt'altro che di genere, i dialoghi tra i due, e molto "Coen" le scene eccessive e grottesche in cui si trova immersa senza uno spavento - e quindi nel solito possibile difetto di verisimiglianza, solo che è sempre qui che la magia costante dei Coen sprigiona: a loro questo non si può mai imputare, vedere (qualsiasi cosa) per credere! - la protagonista, sullo sfondo di un Vecchio West che si dà un po' più struttura e concretezza rispetto al solito saloon e sentiero polveroso.
Fin quando arriva il dottore in pelle d'orso: e il disegno ormai si compie, c'è anche il loro tocco di follia - il trio di messicani che sveglia Josh Brolin in No Country for old men, il suonatore di cornamusa in Intolerable cruelty, e via così, ricordando certo volentieri l'indugio sublime in questi luoghi di Burn after reading ("che cazzo di casino...") - e uno si siede più comodo e si ripete: sì, son proprio a vedere un film dei Coen! Dovrei forse essere da qualche altra parte?
L'assassino è Josh Brolin, dimagrito 20 chili dall'ultimo e frettoloso Woody Allen; la spalla buona (ranger del Texas "sempre ardimentoso", a rappresentare - lui sì! - la stagione d'oro del western classico) è Matt Damon; il capo della banda con cui si duella in Gran Finale è Barry Pepper, che da un po' non ritrovavo - ed era gran peccato, per quanto lui magari possa bearsi d'altra scala di valori che non quelli che suggerisco io: signori, il cast è servito, si potrebbe chiudere.
Da vedere assolutamente, financo non amando il filone, beandosi anche soltanto di una caratterizzazione del malvagio assai meno manichea di quanto i canoni di genere - e ahimè non solo quelli: è la norma ad uso delle masse - potrebbero far pensare: ben che vada i criminali sono assennati e trattabili, diplomatici (Pepper); male, dei ridicoli idioti che fan le bizze (Brolin).
E proprio in questo si noti, ad ancora maggior merito, come i registi abbian mostrato un nuovo aspetto del concetto di male, dopo ad esempio la fredda e gratuita ferocia distaccata della coppia Buscemi-Stormare (Fargo), l'intrigante avidità di Emmet-Walsh (Blood Simple) e - potevo non lasciarlo per ultimo? - l'ossessione patologica ed agghiacciante di Berdem (No contry for old men). Il tutto, naturalmente, a ricordare che le cose son sempre un po' più "mosse" di quanto si vorrebbe - uno dei motivi, tra l'altro, per cui è sempre tutto così dannatamente difficile.

gennaio 26, 2010

NINE, Rob Marshall

I.
Sono stato a vedere Nine.
Ebbravo bischero, verrebbe da dire.
Vabbe': comunque sia, ci son stato, indi per cui.
Indi per cui, potrei dir di quanto sia filmettino griffato & pubblicizzato (le auto italiane non hanno da fare altro che sponsorizzare film stupidi?), pieno di stelle, stelline, canzoncine, inquadrature da cartolina della Roma anni '50 e attori italiani.
Eggià, perché quando il film comincia e sullo schermo compare il logo di Rai Cinema, uno comprende fino in fondo in che trappola lo han cacciato, suo malgrado. Ciò considerando il fatto che, potranno piacere o non piacere, ma almeno di un certo livello qualitativo i musical americani solitamente sono. E ovviamente Rai Cinema, co-produttrice del tutto, infarcisce con ciò che ha: ed ecco Nasone Tognazzi (nemmeno poi troppo male, in fin dei conti), Valerio Mastandrea (un po' a disagio), Elio Germano (male al culo e becco sano), un sacco di altra gente di cui – deo gratias – mi sfugge il nome (pare ci fosse anche una che fa/faceva Cento Vetrine), e infine loro, desse, quelle là, insomma.
Chi?
Martina Stella.
Ommioddio, Martina Stella.
Ancora non è nulla. Tenetevi.
Sofia Loren.
Punto e a capo.
Ora: passi per Martina Stella, che è giovane, qualcuno dice anche bella (a me pare faccialmente deforme, poi fate un po' voi), dirne male sarebbe come scaldar l'acqua per il bagno e quindi la si passi in sordina (ma perché non va a lavorare, comunque sia? Ok, m'è scappata, si vada pure oltre); ma... Sofia Loren, porco cane, perché si ostina a esserci?
Proprio: quell'orripilante vetusto mascherone partenopeo che gioca a far l'italianità nel mondo pretendendo che tutti si creda quanta nostalgia ha della sua bella Napule (“e accattatev'illo” – sì, su per il culo!) ma risiedendo pervicace e con ingiustificatissima gloria in qualche bella villa californiana; leilì, insomma: perché non si ripone? Non sa recitare, non sa cantare, quando è in scena posa impettita che uno può pensare l'abbia imparato dal suo parente chiorbone. Perché è lì? Chi diavolo e cosa diavolo ha mai fatto, Sofia Loren? Ok, da giovane era bella & popolana, ed è comparsa in qualche film di DeSica padre. Poi?
Emblema di chi si sa ben vendere pur non avendo un cazzo da offrire, s'è sposata a Carlo Ponti ed è salpata per LA MERICA, ché lì c'era tanto bisogno di qualche ieratico paisà su cui versare qualche lagrimuccia pel bel paese andato; fatto questo, ogni tanto rilascia interviste pontificanti su questo e quello, fa comparsate come madrina d'eccezione (?) al tale e/o talaltro evento, e via e via e via. Perché? Chi la cerca? Chi la considera? Per qual motivo dev'essere sistematicamente omaggiata, Sofia Loren?
Aveva inoltre un qualche senso prenderla in un film pseudo-celebrativo di Fellini? Aveva mai recitato in un film di Fellini? Aveva una qualche connessione con Fellini - voglio dire, più di quanto possa avercene io che, come lui (ahimè), sono italiano?
(Ricordo a tal proposito che, intervistata dall'immancabile Mollica – mollica di nome e di fatto, mi vien sempre da dire – ebbe a ricordarci quanto lei fosse molto dispiaciuta di non esser mai stata diretta da Fellini, ma erano stati tanto in trattativa, lei e suo marito Carlo Ponti, col maestro e alla fine non sono riusciti comunque a trovare un accordo – ma accattatev'illo, dritto sul capo!)
Perché, perché, perché?, si chiede lo spettatore disperato, all'ennesima entrata in scena di quella maschera grottesca, di quel totem dipinto che par cigare, tant'è tirato, di quel feticcio scrauso fisso ed irritante.
Ma tant'è: oramai ce l'avevan messa; ti tocca guardarla.
Tra le altre, tutte riunite come in un mazzo di carte mescolato – uno da ramino e uno da scopa – figurano Penelope Cruz (già Sandra Milo), Nicole Kidman (Anita Ekberg? Peccato che invece di significar la dea giunonica & voluttuosa dell'immancabile immaginario fellininano, incarni casomai un insaccato gonfiato e botulinico – davvero, non c'era un'attrice più adeguata?), Marion Cotillard (Giulietta Masina – brava, invece, e molto), Kate Hudson (giornalista di Vogue, presenza più o meno inutile ma non dannosa), la cantante dei Black Eyed Peas (Fergie-Saraghina – diciamo anche azzeccata, va') e via a calare.
A tirar le fila, doppiato male (come il resto del cast - e questa è una novità: solitamente i doppiaggi son di ottima qualità, a meno che non ci sia di mezzo qualche psuedo-celebrità televisiva che simpaticamente vuole prestare la sua voce per il cartoon di punta) da PierFrancesco Favino, a bordo d'una Giulietta fiammante guidata a gagarone come nemmeno un calciatore di ultima generazione, Guido Contini-Federico Fellini-Daniel DayLewis. Bravo, molto bravo, eh? Peccato paia più un Bukowski che un Fellini; né ad aiutare interviene il fatto che, seppur per poco, ci mostri un fisico da atleta, appiccicato su una faccia tra il trasandato e il maledetto che meglio s'attaglierebbe appunto al vecchio Buk più tanto palestra che non al Maestro di Rimini o a Mastroianni. E già che siam qui, lasciamo stare ogni paragone con quest'ultimo, va'.

II.
Comunque sia, come riadattamento cinematografico di un vecchio musical di Broadway, Nine non fa altro che deludere, e si può senz'altro dire che Rob Marshall avesse materiale assai meglio assortito in Chicago, a partire dalle musiche, qui poco più che canzoni mediocri e di (falsa) atmosfera. Valga per tutte l'orrida Cinema Italiano, cantata con piglio da hit, voluti patinamenti da sfilata di moda e penosi inserti in lingua da Kate Hudson. Be Italian di Fergie ha più o meno lo stesso grado di perniciosità per chi ascolta, col ridicolo involontario che sempre il Made in Italy visto attraverso gli occhi d'uno straniero trascina con sé: tovaglia a quadrettoni, schizzi di sugo sulla canotta e machi ipersessuati e ossessionati dalla mamma, coi baffi. Il resto del materiale musicale (Chicago – ancora per dire – aveva una ricchezza ben diversa, anche solo come soluzioni orchestrali e complessità armonica) è invece uno zuppone insignificante e insulso, sempre a metà fra un insopportabile recitativo d'opera e qualche aria riuscita male, con climax raggiunto da una mostruosa Sofia Loren che ci "delizia" con un soave canto che con dei paraorecchi rinforzati si gusterebbe certo meglio.
Per quel che riguarda il film in sé e per sé, ovvio che in un musical va perso tutto il significato di un film come 8 e ½: il simbolismo, la complessità di un film nel film inteso come messa in scena di un meccanismo creativo che in quanto genio, arte in sé, ha valore indipendentemente da cosa vuol narrare (“non ho niente da dire, ma voglio dirlo lo stesso”, diceva Mastroianni nell'originale, e questa frase-manifesto avrebbe certamente potuto esser ripresa qui, e mica male ci sarebbe stata). Questo tuttavia può esser bene messo in conto, e 8 e ½ a ben pensarci si può anche prestare ad una simil riduzione musicale: rimane la superficie, il maestro con le sue muse e le sue ossessioni sessuali, e una crisi che è poco più che l'esaurimento nervoso di una star dei giorni nostri. Ancora poco, e magari lo facevan tirar di coca, il Maestro. O rifarsi gli zigomi e le labbra, tipo la povera Nicole Kidman (tra l'altro, decisamente ridicolo il duetto al bordo d'una fontana nell'immancabil bel paese di fiaba coi lampioni e non un'anima in giro, tutti indecisi forse se omaggiar La dolce vita o 8 e ½). E rimane – buona questa, e affidata al miglior personaggio di tutto il film – l'idea del Fellini genio cannibale e onnivoro, “puro appetito” (come appunto lo dipinge la moglie Giulietta Masina-Marion Cotillard, verso la fine), sfruttamento logoramento e distruzione di tutto ciò che intorno a lui si para in nome esclusivo dell'Arte, maledizione mostruosa ma consueta di chi artista lo è per davvero e subisce l'incanto del dover rielaborare a tutti i costi e non importa (in realtà importa eccome, ma niente egli può) a che prezzo ogni manifestazione del reale, sia questa una persona od un'idea. Ennio Flaiano, che con lui (e Tullio Pinelli) ebbe a condividere l'idea di molti dei suoi film migliori – 8 e ½, La dolce vita, I vitelloni, Il Bidone, Lo sceicco bianco, La strada – dal canto suo diceva più o meno questo:
“Mi ha trattato come fossi una bottiglia di Coca Cola; lui tira dalla cannuccia e aspira”.
Questo rimane, anche. Ma più che tutto, rimane Sofia Loren. Impressa, un film horror senza esserlo., un'esperienza da fare a stomaco vuoto. Con lei, un sacco di paccottiglia.
A volte (spesso), meglio riguardar l'originale.

gennaio 22, 2010

ELMORE LEONARD, Killshot

“Le dirò un'altra cosa. Non l'ho mai vista, mia nonna, spedire i gabbiani a scacazzare sulla macchina di qualcuno. Sì, certo, la gente diceva che ne era capace, ma io non l'ho vista mai. Una volta si era messa in testa di trasformarmi in un gufo. Io dissi: «non voglio diventare un gufo, voglio diventare un merlo». Va bene, disse lei. Così mi chiusi nella capanna del sudore, e ci restai per qualche ora. Va be', me ne esco tutto nudo, una coperta addosso. Lei comincia a battere su quel suo piccolo tamburo e a cantare in ojibway. Poi smette, mi dice di gettare la coperta e volare via. Io la getto a terra e alzo le braccia. Non succede niente. Mi tocco tutto quanto e le dico: «non sono un merlo, sono sempre io». E lei: «Quand'è l'ultima volta che hai fatto il bagno?» Io: «Quando mi sono lavato vuoi dire? Ieri» . Lei: «Oh, non dovevi fare il bagno per un mese». E così non sono diventato un merlo”. Alzò di nuovo il bicchiere a mo' di brindisi: “Questa è la storia della mia vita, che la capisca o no”, e bevve.
Carmen disse: “C'è qualcuno che vuol diventare un merlo?”
Lui parve gradire questa frase e arrivò quasi a sorridere: “Se potesse diventare un uccello, quale sceglierebbe?”

C'è un detto, nel settore, in USA. Si dice, più o meno: "volevo suicidarmi, poi ho scoperto che Elmore Leonard ha scritto un altro libro".
Non sarà sempre vero, forse.
In questo caso, certo sì.
Killshot (libro vecchio - noialtri arriviamo sempre esimi - nuova traduzione. Nulla più di un'operazione commerciale, a ricordare che la letteratura è prima di tutto merce, e come ogni merce, conta più che altro come la vendi. Il cosa è altro discorso, anche se in questo caso, non per merito di chi vende per carità, siamo al di sopra di ogni sospetto) è qualcosa di fenomenale. Come sempre per i romanzi di Leonard non è un semplice thriller, non un semplice noir, non una detective-story. È anche ciò che forse ci separa maggiormente da questo tipo di grandezza: da noi il thriller è genere; ben coltivato (a volte) quanto si vorrà, ma genere. Su noi pesa ancora l'eredità settaria degli Urania o chi per loro. Là è tranquillamente mainstream, con tutto ciò che questo comporta (lasciamo a gente più brava un'ipotetica associazione tra questo dato e una tipologia di società assai più avvezza al crimine e all'omicidio, alle pistole, etc).
In ogni caso, eccezionali le caratterizzazioni dei personaggi, col solito e meraviglioso senso di grottesco/humor nero/ridicolo sottinteso che racchiude i due "cattivi", Blackbird e Richie (e Donna, che pur personaggio "cattivo" non è); notevolissime le descrizione d'ambiente. Sul podio, dialoghi. Fulminanti, perfetti, come vedersi lì ed agire.
Una bravura disarmante, e resta da vedere l'interpretazione - ammesso che esigenze di vendita del film non ne abbian fatto scempio - che di Blackbird ha dato Mickey Rourke (e che di Donna ha dato chi??? Rosario Dawson? Ma siamo impazziti? Forse qualche scempio c'è stato, sì), nel film che nel 2007 è uscito - quantomeno da noi - sotto silenzio, con la regia del John Madden post orrido Shakespeare in love. Sin City e The Wrestler dovevano ancora passare, forse, e Mickey Rourke era ancora dato per finito & bollito.
In ogni caso, detto azzeccato, come per Mr. Paradise, Freaky Deaky, parte di Cat Chaser (primi capitoli, poi la tension cala...) e A caro prezzo. Andrò controcorrente, ma i due Chili Palmer non mi eran piaciuti granché.
E fortunatamente me ne restano ancora un po'. Non come per John Fante...

novembre 22, 2009

GLI ABBRACCI SPEZZATI (Los abrazos rotos), Pedro Almodovar

Dopo aver passato di furia alcuni film del regista, da Tacchi a spillo a Légami a Carne tremula e roba così, uno (cioè io – non è che parlo per altri insomma, il blog è mio) lo bollava come un Fellini andato a male più tutto un corredo di esibizionismi feticismi pruderie e tutta quella roba lì – Bigas Luna Tinto Brass (brrr...) e giù a scendere – e lo metteva da una parte, rubricato bel bello entro la categoria mentale dei film folcloristici e ossessionati dal sesso purché fuori dal comune (avete una categoria così, nella vostra testa, voialtri? Io sì: tutti quei toreri che si masturbano, quelle donne conturbanti che scopavano solo in modi quantomeno originali, uomini che cambiavano sesso, morbosi intrecci fra religione e sesso, sessualità incerte ed ossessioni per tacchi alti, travestitismi, passioni amore-morte, e via e via e via. Sesso sesso sesso. Film di folclorismo malato iper-sessuale, appunto).
Poi, tutto questo finché si arrivava a Tutto su mia madre, ché allora uno si diceva eh no ora magari basta eh, finché si fa a divertirsi e ci si guarda l’ombelico e si mettono in piazza ossessioni perversioni e provocazioni tanto per scandalizzare i benpensanti, passi; ma se poi ci si vuol metter pure il carico di briscola e con questi stessi ingredienti far saltar fuori il filmone d’arte con pretese, tanti cari saluti.
Quantomeno, si diventa pesanti: e i continui personaggi sopra le righe, e le suore violentate col volto di Penelope Cruz (la suora che ognuno di noi vorrebbe aver avuto a catechismo, invece di Suor Cassettone, un metro e mezzo per 300mc di ingombro, baffi e denti finti inclusi), e gli eccessi di padri che cambiano sesso, e le coincidenze troppo inverosimili, più le lacrime, i drammatici ricordi e il dilemma morale… – ecco, ne dovrebbe venir fuori un film da ricordare.
Secondo voi?
Un cazzo.
E io con Almodovar avevo chiuso.
Questa la premessa (che è tra l’altro – forse – più lunga del temino, ma insomma se ero sano era tanto meglio per un sacco di gente, io per primo). Poi successe cosa? Che uscì Habla con ella, e io mi dissi neanche morto. Poi La mala educación, ed io lessi la trama e dissi ci risiamo, solite ossessioni, omosessualità, tormenti e autoreferenzialità. Magari due travestiti, un padre gretto e crudele e una madre angelica e buonanotte.
Poi uscì Volver. Stavolta non mi dissi neanche morto (non ricordo perché, a volte il caso salva dall'errore), ed entrai in sala. Mi sembrò un capolavoro: se alcune esagerazioni/eccessi c’erano, erano esclusivamente in nome della trama, come tessere fatte tornare al loro posto con un po’ di sforzo (esempio su tutti, la madre sparita in un incendio anni prima), ma niente di gratuito o inutilmente morboso. E quella che era la vera ossessione di Almodovar usciva – naturale conseguenza – allo scoperto, finalmente definita e depurata da tutta la paccottiglia folcloristica che fino ad oggi si era portato dietro. La donna, dico: da sempre al centro dell’universo di Almodovar, che in lei vede tutto: la libertà e la bellezza, la fragilità e la forza, il vero motore del mondo. Certo, non sempre l’uomo è così sordo ai sentimenti, e così meschino e così materiale e così ottuso. Non tutti gli uomini son sessualmente molesti presso la figlia adolescente; non tutti gli uomini solo soltanto la bruta attesa/pretesa della cena sul divano, mentre guardano il calcio, per poi pretendere l’adempimento dei doveri coniugali (?) in camera da letto.
Non tutti gli uomini sono così e soltanto lui (in questo è tutto il fellinismo di Almodovar, secondo me) contempla e comprende la bellezza e il fascino complesso dell’universo femminile ("Siete tante ma siete una sola", ebbe a far dire alla luna con voce di Benigni, in altra occasione). Ma tant’è, a questi patti e con questa abilità di struttura – perché son proprio la struttura e le emozioni umane che la parte femminile suscita, a toccare nel profondo, più che la vicenda che il film racconta, appunto un po’ eccessiva ed irreale – ci possiamo stare eccome. Ce ne fossero.
Almodovar aveva quindi attraversato Fellini e le sue ossessioni farsesche, e finalmente aveva trovato la sua strada. E anche i consueti omaggi cinefili non erano più narcisismi fini a se stessi, bensì veri e propri atti d’amore di chi vive per il cinema, ma ne è finalmente parte, con una sua voce ed un suo stile: Almodovar è sempre stato riconoscibile, ma adesso questo era diventato il suo pregio. Proprio come Fellini, tra l'altro.
Scoprii più tardi che il percorso in realtà si era già compiuto con Parla con lei (ignoro – a questo punto, e preferisco restar col dubbio un altro po’ – se La mala educación sia un’aberrazione e un ritornar indietro), un film meraviglioso e ancor più misurato di Volver, quanto alla trama. Un altro congegno perfettamente strutturato (perfetta la padronanza del meccanismo temporale cui Almodovar spesso ricorre, giocando col tempo e i vari piani narrativi, spesso muovendosi a ritroso) ed esaltato da una colonna sonora veramente fuori dal comune, in cui gli eccessi erano quasi del tutto banditi o se c’erano venivano sublimati in altre manifestazioni artistiche – le due coreografie di Pina Bausch, la performance di Caetano Veloso, l’omaggio al cinema, stavolta quello muto, la parte di Geraldine Chaplin. E tutto si chiudeva senza chiudersi, lasciando un senso di piacevole coinvolgimento.
Insomma: alla prossima occasione, non sarebbe stato certo più possibile dirsi neanche morto.
E l’occasione fu Los abrazos rotos, che a dir la verità non si annunciava in tripudio di critica.
A torto, secondo me: perché se la vicenda del registra/sceneggiatore non vedente ci viene come al solito svelata tornando all’indietro, e i personaggi sono tutti quelli consueti (con la solita piccola concessione all’eccesso ed all’inverosimile – il figlio omosessuale e il figlio del protagonista maschile su tutti, più il solito tema della superiorità femminile, che qui è ammorbidito da un po’ troppa indulgenza: lei grigia segretaria sciupata che occasionalmente si prostituisce per aiutar la famiglia e che finisce immancabilmente per accasarsi presso il capo ricco vecchio e vizioso, salvo provar per questi orrore a breve, peccato soltanto dopo aver assaporato i ben noti vantaggi e privilegi) ma ben centrati, è vero anche che più che il melodramma e i temi soliti, il nocciolo della questione è l’amore per il cinema e l’affabulazione, col film – che come al solito è infarcito di omaggi a tema, sia pure solo sotto forma di elenco di titoli registi e attori – che si fa meta-cinema nel finale, ricordando come tutte le storie meritino di essere raccontate, è questo l’importante, come se noi stessi non fossimo altro che una storia, le nostre vicende, le nostre passioni. Il che è fondamentalmente vero: raccontando quel che è dentro di noi, viviamo. O viviamo davvero. O quantomeno viviamo meglio.
Un altro tema che si aggiunge, alla fin dei conti; o, in altre parole, un arricchimento dell'Almodovar-pensiero.  

novembre 26, 2007

BEOWULF, Robert Zemeckis (II)

IO SONO BEOWULF, E TUTTO IL MIO ESSERE GRIDA VENDETTA! (II parte del post a latere  (a latere?) diviso in due - su consiglio del mio amico invisibile, Enio Gambacciani, anni 43 portati alla bersagliera, professione reporter sì, ma di rametti lanciati per diletto & svago - acciocché anche i vieppiù stolti siano in grado di apprendere & migliorarsi, quantomeno nell'arte del turpiloquio e della vana, vanissima ciancia)

...ragion per cui si può benissimo capire si possa preferire un bel filmone pieno di cazzotti & asce, maledizioni arcaiche, oggetti apotropaici e sempiterne & mitiche lotte fra il bene e il male, col male che alla fine perde però prima seduce & attira parecchio perché come spesso succede è rappresentato da una bella fica; un bel filmone quale quindi è BEOWULF di Robert Zemeckis, leggendaria storia del re di Danimarca Barbacane II (Antony Hopkins passato - male - a Poser 6), che siccome c'aveva il regno infestato dai malvagi Topi™ a seguito d’una antichissima maledizione, chiamò l'avventuriero BEOWULF (in antica lingua vichinga, colui-che-attraversò-le-acque-cor-un-bicchierino-sul-capo) acciocché glieli distruggesse tutti. Arrivato lì, BEOWULF non trovò di meglio da fare che spodestare il re a mazzate (si sa, i vichinghi son gente rude; semplice ma rude), e distruggere i Topi™ fino ad arrivare a parlamentare col capo di essi, la Topa™. Ovviamente, questa, in virtù di chissà quale incantesimo, si mostrava fittiziamente sotto l'aspetto di Angelina Jolie scannerizzata, mentre in realtà era Cristiano Malgioglio, il male assoluto. BEOWULF (in antica lingua normanna, invece, colui-che-mi-pisciò-sullo-zerbino), pur essendo forte, robusto, duro e in tutto e per tutto integerrimo, fu ottimo esempio del noto detto “tira più un pelo di fica, etc. etc.”, e ci cascò come un cieco in campagna potrebbe zompare nella merda di vacca (ma del perché un cieco debba comunque andare in campagna non ci è dato sapere). Insomma, BEOWULF (in antica lingua finnica dai-oggi-dai-domani-prima-o-poi-anch'io-m'incazzo) glielo porse e glielo riporse (anche dietro, pare), finché la Topa™, esasperata (era venuta per governare il mondo, lei), non gli mostrò il suo vero volto. Così BEOWULF riprese in mano la MAZZA® e, un tantinello (comprensibilmente) esacerbato dall’errore/orrore, fece fare la più meritoria fine all'orrido mostro, partorito dal regno delle tenebre di LOKI (il re dei loti nella mitologia nordica, rappresentato sottoforma di serpente incazzoso che cerca di vendervi sovrapprezzo un bei tre etti di loti peccato siano ancora acerbi e li mangiate tra quattro mesi, quando tutti gli altri son lì che sgranano i cocomeri – d'altra parte in questo sta la malvagità, sennò era gentile). Però il mostro non può morire, no. E allora alla fine del film (perché BEOWULF alla fine muore, muore con tutti gli onori) esce fuori dalle acque, sempre con le sembianze d’Angelina Jolie a poppeculodifòri renderingata e lo spettatore attonito sa già che tenterà il suo già fidato quanto savio consigliere, MARIO (in antica lingua runica colui-che-era-tanto-fidato-poi-vide-un-po’-di-fica).
Il film è realizzato - se non s'era capito - con l’avveniristica (?) tecnica modello Pentium III con qualche scatto causa Voodo-3D piantata, sistema a mezzo del quale era già stato (perché? Perché? Perché?) realizzato – dallo stesso regista, che quindi è recidivo – Polar Express, il film che ti faceva dire: non basta che ci sia Tom Hanks ovunque e faccia cacare la storia, deve pure esser mostruoso com’è fatto. Ma che cazzo gli è venuto in mente? Be’ teNpi, quando c’aveva Doc e Marty McFly e Beef e Cane Pazzo Tannen, ora fa i film pare Mafia, ma che si potrà? Poi dice uno s'incazza.

novembre 24, 2007

UN'ALTRA GIOVINEZZA (Youth Without Youth), Francis Ford Coppola, e... (parte I)

IO SONO BEOWULF, E TUTTO IL MIO ESSERE GRIDA VENDETTA! (I parte - post in due parti rigorosamente divise nel rispetto della più piena equità ed equilibrio bembesco - un cazzo, speriamo muoja lui e le prose della volgar lingua, non fosse che è già morto secoli & secoli orsono. Bene, diobòno) 

…si potrebbe dire una volta usciti da vedere Un’altra giovinezza di Francis Ford Coppola, in cui un semiologo rumeno anziano e toto coelo rincoglionito viene colpito da un fulmine e ritorna giovane, mentre intorno infuriano venti di guerra e il Terzo Reich (ma va’? c’hanno fatto videogiochi, libri di fantascienza, storielle péi biNbi, ti pareva che non ci scappasse anche qui?) tra le altre simpatiche attività cerca di creare un superuomo e per questo non si lascia certo scappar l’occasione di rapire e utilizzare ai suoi turpi scopi il malcapitato, tramite l’immancabile spia-topone in culottes nere di pizzo, la quale per rapirlo (?) lo tromba e lo ritromba, nemmeno gliel’avesse detto il Casalieri di Berlinguertivogliobeniana memoria, be’ mi’ tempi cari Cioni & Bozzone, altro che oggi come oggi: un tempo, la fica gli’era la meglio cosa che c’era in Italia, oggi come oggi, secondo me; altro che cazzi. Il malcapitato in questione, comunque, dal fulmine, oltre ad un’altra giovinezza ha avuto in dono la capacità di capire tutte le lingue, presenti e passate e la capacità di leggere i libri passandoci sopra la mano. Nel caso, il libro s’illumina di luce azzurrina, e lui – magia delle magie – sa quel che c’è scritto. Sai quanto può essere utile uno così all’impero nazista? Vede, mein Führer? In questa preziosissima fonte del IX sec a.C., l’antica quanto misteriosa civiltà proto-indeuropea, sosteneva questo questo e quest’altro. Bravo, Tim Roth (l’ho detto che l’anziano semiologo è Tim Roth?)! O distruggiamo tutto ora, va’, tanto per non perdere l’abitudine. Per stasera leggimi tutti que’ libracci decadenti & borghesi che son stati scritti dal ‘700 in poi, che poi me li racconti e si decide quali bruciare, senza che si stia a scomodare Goebbels che c’ha sempre tanto da fare, povera stella.
Inoltre, sempre tramite il fulmine, Tim Roth ha avuto in dono un doppio, che pare uscito direttamente dal Pasto Nudo di Cronemberg/Burroughs: appare quando cazzo gli pare, fa le facce cattive e dice cose senza senso. Ogni tanto dona 3 rose al suo alter ego buono. Uno non ci capisce un cazzo, esattamente con nel Pasto Nudo di Cronbemberg, aspetta per un po’ che qualcuno nomini l’interporto o che una macchina da scrivere-ragno mostruoso si animi, e poi assiste all’immancabile resa dei conti col dottore-pazzo nazista venuto a prelevare Tim Roth. Il quale si salva perché la spia-topone in culottes nere di pizzo, si frappone tra lui e il colpo di pistola sparato dal dottore-pazzo, frustrato nell’animo sensibile perché Tim Roth era alquanto riottoso riguardo al seguirlo, nonostante il dottore-pazzo gli avesse promesso le caramelline alla banana. È che la spia-topone s’era inevitabilmente innamorata di lui, ormai – il che ci fa supporre che, oltre alla capacità di comprensione di tutte le lingue & lucentezza della mente, il fulmine avesse dato a Tim Roth anche una considerevole verga virile. Tra l’altro, quando carnalmente lo conosceva (mentre un disco dell’epoca andava sul grammofono - così, per fare atmosfera), la donna gli parlava ora in russo, ora in polacco, ora in sardo, e lui capiva sempre, e rispondeva a tono. Sicché lei riferiva al comando nazista e loro capivano che questo sapeva un sacco di cose ed era un super-uomo (?). O lei, allora, non era una super-donna? In più c’aveva anche la fica! Sarà meglio di Tim Roth? Bah, misteri del Reich…
Prima di dar la stura al secondo teNpo, si badi inoltre che ai tempi della sua effettiva giovinezza reale, il semiologo stava lavorando ad un’opera che voleva scandagliare il linguaggio fino ad arrivare alle sue fonti primarie, andando per questo a ritroso fino a tempi sconosciuti, civiltà sconosciute, idiomi totalmente nuovi e perduti. Nel frattempo, il tizio aveva anche una ragazza, una graziosa troterella di – forse – 23 anni, dalle belle pose nonché poppe. Ella, veduta la mala parata (un po’ va bene, poi chi cazzo se ne frega di che lingua parlava la civiltà pre-iraniana; che s’ha a chiavare un po’?), decide di lasciarlo. E lui non si riprende più, fino alla vecchiaja, e il libro in questione non sarà mai completato. Il fulmine dunque capita a fagiuòlo (ma tu guarda che culo!): e Tim Roth tornato giovane si rimette tosto all’opera.
Vi basta? No, perché c’è il secondo tempo, in cui son passati molti anni e in cui Tim Roth che fa trekking (?) incrocia una jeep con un’anziana signora alla guida e una ragazza accanto, le quali si fermano per chiedere indicazioni (che vo bene per Mengarone Paderno? No, fai inversione, è la seconda a destra, davanti al corniciajo Ciapetti & Nepote snc). Il semiologo riconosce, reincarnata, la sua vecchia fiamma. La Jeep riparte ma – dopo poco – drammone! Un  altro fulmine. Stavolta colpisce la jeep; Tim Roth è il primo ad arrivare sul luogo del disastro: la vecchia è crepata (cazzi sua, era già vecchia – bella parte che fa, leilì); la giovane è in un fosso, parla sanscrito, si crede una sacerdotessa indù di svariati secoli avanti Cristo, a nome Ru-Pini (probabile specialista nell’arte dei, ma questo non ci vien mai rivelato). Tim Roth è l’unico, ovviamente, che la capisce.
I dottori studiano il caso (del precedente nel frattempo s’era persa ogni memoria), e tramite l’insostituibile aiuto di Tim Roth si decide di far venire un paio di orientalisti di chiara fama. L'anziano è l'assistente del giovane, ma vabbè, ormai questo si può anche lasciar passare, fosse il mal di questo. Tramite loro (l’università sì che c’aveva i fondi, ai tempi!) si decide di ricondurre Ru-Pini nel suo territorio, in Nepal, dove dice lei si ricordava stava meditando in una caverna. Lì riconosce il luogo, e come per magia si risveglia e torna ad essere la ragazza della jeep. Nel frattempo i giornali si sono scatenati, su temi quali reincarnazione e vite precedenti. Tim Roth, che le è sempre rimasto accanto, si innamora, ricambiato, di quella che un tempo era forse la sua vecchia fiamma e insieme fuggono a Malta (giuro, non mi sto inventando nulla). Lì, trombano allegramente, lontano da tutto e tutti, mentre lui continua a lavorare al suo libro. Ma il tegamello è tutt’altro che guarito: la notte delira, e forse spinta dall’amore per Tim Roth (chi non amerebbe Tim Roth?), si reincarna a ritroso in vari personaggi di epoche sempre più lontane (sì, si riparte da Ru-Pini, maestra dei pompini), padroneggiando, nel delirio, la lingua e i costumi di ognuno, permettendo all’amato bene di comprendere effettivamente le varie fasi dell’evoluzione del linguaggio e proseguire il libro, lasciandosi alle spalle l’inevitabile impasse, causa le limitate capacità umane. Così si arriva fino a civiltà arcaiche e misteriose, finché ci mancherebbe proprio l’ultima, quella da cui tutto ha avuto origine, prevista per quella notte. Ma la cosa non è senza conseguenze: di notte viaggia nel tempo, di giorno la signora avvizzisce. Ormai dimostra settant’anni, anche se ne ha ventitre. Tim Roth capisce che è colpa sua, e che un’altra impersonificazione la ucciderebbe; quindi le confessa il suo segreto e le dice addio, l’unico modo – dice lui – per farla tornar giovane e liberarla dall’incubo. Indi gira un po’ qua e un po’ là, ha modo di rivedere – non riconosciuto –  lei scendere da un treno, tornata giovane, con due bambini (parla francese, ora); e poi decide di tornare  in Romania, dove prende dimora in un albergo, discute e scaccia il doppio, torna vecchio, rivede i suoi soliti amici, decrepiti anch’essi, nel solito bar che frequentava quando era giovane, e poi tornando nella sua stanza muore di freddo. Il cadavere è giovane, e in mano reca una rosa. A nessuno gliene frega un cazzo, del morto. E riparte una stucchevole musichina anni'40, e tutto ha - seddiovuole - termine.
E questa cosa l’ha fatta FrancisFord Coppola, quello de Il Padrino. Poi dice uno s'incazza.

novembre 05, 2007

NICK CAVE, E l'Asina vide l'Angelo (And the Ass saw the Angel)

(GENTILMENTE (IN REALTÀ CON FRODE & INGANNO ACUTISSIMI, ET A FRONTE DI PROMESSE DI MULIEBRI DELIZIE CHE TAMPOCO MAI RISCUOTERÒ, ESSEND'IO NULLA PIÙ CH'UN'ENTITÀ FITTIZIA E DEL TUTTO BURLESCA ET IMAGINARIA, CASOMAI ISTITUITA A SCOPO DI DILETTAR IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO E A VOLTE ANCHE PEGGIO), DICEVO: GENTILMENTE RICHIESTOMI, INDOSSO UNA VOLTA DI PIÙ I PANNI DI DOTTOR MERDA, E LORDANDOMI ANZICHENÒ DELL'OMONIMA MATERIA VADO TOSTO A RECENSIRE IL SUMMENTOVATO PRODOTTO D'INTELLETTO)

Linguaggio e immagini potenti ed apodittici, a metà fra un’idea di vecchio testamento e un visionario rocker d’antan, quale appunto Nick Cave si troverebbe anche ad essere. Però, ciò che funziona in una murder ballad, o comunque sia nei lyrics di una pur ottima produzione di canzoni, non è detto funzioni sottoforma di libro, vale a dire in un terreno che imporrebbe quantomeno un filo più preciso e meno sedotto da lirismo deviato e visioni deliranti, crudeltà efferate e follia a go-go. Per tacere, poi, di un io narrante gratuitamente ondivago e bizzarro, che non si giustifica altrimenti se non coll'autocompiacimento verso forme di incomprensibilità e oscurità scambiate - spesso, nel rock - per poesia. Il prezzo da pagare, in caso non si tenga conto del differente mezzo con cui ci si sta misurando, è giungere ad un prodotto assai fine a se stesso, compiaciuto nelle crudeltà e nella vicenda - vicenda letteralmente seppellita sotto il peso di un immaginario che vorrebbe essere mitico ma spesso riesce soltanto un po’ pesante. Un eccesso di gotico, o se vogliamo un eccesso di assolutezza crudele pseudo-mitologica: non c’è un tempo definito (sono gli anni ’40-’50, ma la cosa si rivela nulla più che un dettaglio), gli abitanti della valle sono completamente fuori dal mondo esterno, né leggono giornali né sanno nulla della vita intorno. L’ignoranza e la superstizione regnano sovrane, e su tutto s’impongono le riflessioni deliranti e ricchissime quantomeno in lessico di Euchrid il muto, alternandosi col racconto (suo o - come dicevamo poco sopra - di chissà chi altro) di episodi efferatissimi compiuti dagli abitanti, in un’ignoranza che il medioevo al confronto era nulla. Un gotico-barocco-horror-rock, insomma, in cui tutto può essere giustificato (a niente vale chiedersi, di quando in quando: "perché?"), dal realismo crudo al rivolgersi verso il lettore, più o meno alla fine del libro, in un'invocazione che - semplicemente - a quel punto proprio non ci sta.
E la cosa finisce per rivelarsi un po’ troppo pretenziosa: nel voler alzare quel tipo umano simbolico a paradigma del tipo umano di sempre (l’umanità è malvagia, disprezzabile, pronta a credere e infiammarsi, sempre con isteria e delirio); nel voler ingigantire il tutto nell’aura del mito, si viene ben presto a perdere la reale dimensione del testo, il quale paradossalmente resta “un sogno d’atmosfera – un ghirigoro senza storia né trama definita”, per usare le parole dell’autore stesso (p. 277), quali miglior suggello a un’operazione che dopo un po’, stanca. Ragion per cui vi dico (oltre a mandarvi in culo, come di prammatica):
Leggete qualcos'altro.
Nick Cave (nemmeno tutto, a dire il vero - le mitizzazioni a prescindere son degli idioti, o dei sedicenni) ascoltatelo, ne vale più la pena. Idem varrebbe per Capossela, ma questo - ciò il tamarindo sul fuoco, s'abbia pazïenzona - è altro discorso, altra storia, altro ballino di cazzate da scrivere per far finta di ingannare il bianco falsamente placido che - informe ma crudele - c'assedia. O anche no; cazzi mia; vi chiedo nulla, io?

giugno 06, 2007

A PROVA DI MORTE - DEATH PROOF, Quentin Tarantino

DEDICATO ALL'ing. FERRAÙ (iddio l'abbia in gloria)

Mi ricordo, sì mi ricordo che quando parlai di Kill Bill Volume I conclusi il tutto col chiedermi (a me, un bel domandone retorico tanto per far guapperia colta & sostenuta, che poi tanto lo so che non legge nessuno qui, quindi più che guapperia colta potrebbe dirsi anche necessità inevitabile & mysera): “ma tu porteresti tuo figlio a vedere questo film? No, cazzo, certo che non ce lo porterei. Non ho un figlio […] però IO non lo porterei a vedere quasi nulla di quel che danno, quindi il problema non può porsi…” ecc ecc.
Ecco. Così mi sono anche auto-citato e ora posso pure credermi assai importante & intellettuale e farmi un (metaforico) segone di gïoia. A tutt’oggi ancora non ho un figlio, e se lo avessi non lo porterei certo a vedere questo splatterone e tantomeno nient'altro o quasi di quel che danno, nemmeno – cazzo, cazzo e stracazzo – Un ponte per Terabithia che sennò come minimo mi chiede di entrare negli scout, dopo. Meglio la zoppia, sapete. Comunque sia.
Comunque sia, ah che bellezza Tarantino che torna col suo quinto film (considerando Kill Bill un tutto unico & indivisibile, e non considerando invece Sin City, in cui pure aveva più che una consulenza, alla fin fine) ancora più sgangherato e caciarone del precedente, un omaggio – in tutto e per tutto: si pensi ai salti di pellicola, i fruscii, il montaggio “strappato”, i cambi repentini bianco e nero/colore – ai b-movies che ci garbavano tanto, al Tarantino già commesso di videoteca, sì da fargli dire poi a Cannes una delle verità più marmoree che abbia sentito negli ultimi anni: “il cinema italiano? Schifo; meglio quello dei b-movies anni ’70 che quello di oggi”. Sette minuti di applausi ideali, da parte mia.
Che poi, dicevo, Cannes. Cioè, capite? Tarantino è andato a Cannes con questo filmone tutto inseguimenti in macchina e vintagismi (si dirà vintagismi? Di sicuro no, ma finché vive Briatore e ci sono i master io dico un po’ il cazzo che mi pare) e schizzi di sangue e incongruenze nella sceneggiatura e via così, e pare pure di vederlo sghignazzare, di fronte a cotanti CULTURONI® colla barba e incravattati, tutti intenti a trybutar dieci mEnuti di sodi applausi all’ennesimo italico polpettone melo-lagrimevol-elegiaco, o alla solita pretenziosa e lambiccatissima riflessione ossessivo-estremorientale su qualche aspetto del sesso tipo sfrucugliare torridamente una con un cocomero aperto fra le gambe, o sfrucugliare torridamente il cocomero che tanto è uguale se non meglio, di sicuro più perverso & controverso e quindi degno di nota intellettuale. Viva Tarantino, sicché. Lui si presenta a Cannes con Death Proof, e una sceneggiatura (come per Kill Bill - assai più che in Kill Bill!) che per un po’ vede una la storia svolgersi (o pare insomma, chi lo sa) negli anni ’70, e poi d’improvviso si ritrova ai giorni nostri e poi si chiude di botto, come se a un certo punto avessero finito – poteva succedere anche quello, nel genere! – i soldi e dovessero troncare in fretta e furia il film. Già, il finale. Ah, il finale, CHEBBELLO! Ma dicevamo: è il tipo di film a cui si può perdonare tutto, per mille e più ragioni – le stesse di Kill Bill, tra l’altro: “si parte da uno stato di cose su cui non ci può esser nulla da obiettare e poi ci si getta una manciata di pepe […] e si fanno succedere un sacco di cose, coi personaggi come figurine. Già, i personaggi: nemmeno su di loro […] c’è un minimo approfondimento caratteriale. Ed è perfetto così: puro intreccio, mettendo nel calderone sempre più ingredienti grezzi”. Toh, mi son ricitato, piglia incarta e porta a casa. E porta sei. Ma come son bravo.
Alla fine dei conti: anche nell’ambientazione – Austin, Texas – più Lansdale (La notte del drive-in, molti racconti), che Elmore Leonard (e del resto l’esperimento di tradurre in cinema il suo idolo Leonard, Tarantino l’ha parzialmente cannato con Jackie Brown - a quando il tentativo con l'altro suo idolo letterario, Charles Willeford?) e un “modo, indecente e irrispettoso, giocoso e euforico, femminista e «cannibale» di amare e di fare arte con il cinema” come ha scritto Silvestri su Il Manifesto (Mereghetti sul Corriere della Sera ha aggiunto pure della “radicalità della regia, […] che sembra cancellare la sceneggiatura per seguire solo lunghissime e confusissime discussioni tra donne, spezzate all'improvviso da gratuiti inseguimenti in auto, senza mai spiegarne le ragioni”). I difetti ci sono eccome, sì. Ma contano poco. Eccetto quelli che son spuntati dopo. Già, perché Death Proof ha una storia particolare alle spalle, e io ora ve la dico giacché sono infinitamente buono e infinitamente meglio di una spinta sulle scale o un film con la Morante o Scamarcio. Originariamente distribuito in USA sotto il titolo di Grindhouse (nel trailer originale c'era la spiegazione del termine, da vocabolario, esattamente come avveniva all'inizio di Pulp Fiction. Nel caso, comunque, eccola qua: da Grind, Triturare, Macinare; House, casa, abitazione. Grindhouse è il cinema dei sobborghi americani dove negli anni '70 venivano proiettati, al costo di un singolo biglietto, più film uno dietro l’altro. Abitati e frequentati per lo più da gente di malafede, prostitute, ladruncoli e piccoli spacciatori, proiettavano splatter, film a basso costo, o più genericamente quelli che oggi chiamiamo b-movies), si componeva, dicevo, di due episodi slegati e indipendenti, di circa 85’ ciascuno, inframezzati da quattro falsi trailer di altri registi. Uno degli episodi – Death Proof appunto – era firmato Tarantino; l’altro – Planet Terror – Robert Rodriguez, il regista (co-regista) di Sin City, Dal tramonto all’alba e tutte quelle cose lì, insomma. Però poi 85 minuti per due fa circa 170-180 minuti. I geniali produttori europei, sulla scorta anche – ok, give Ceasar, etc... – del flop negli USA, hanno avuto la pensata: si dividono i due film (Planet Terror pare esca a fine luglio, tanto per incrementare l'incomprensibile tradizione "tempo d'estate, tempo di horror"), si fa aggiungere e rimpolpare delle scene, si fa due incassi invece di uno e si va in culo e porto sei. Bravi. Applausi. Però poi il tutto ha delle conseguenze, eccome. Il Death Proof  “europeo” dura mezz’ora in più, e i dialoghi tra le troie (ops, le attrici – ero entrato nello spirito del film) son troppo lunghi, e non sempre sono ispirati tipo Le Iene o Pulp Fiction. E si sente che sono un po’ posticci, a volte. Ma cazzo gliene fregherà a loro, che così fanno due incassi?
Menzione speciale, ma ormai non fa più notizia, per la colonna sonora, per il cammeo del regista (si noti la foto/raccomandazione che ha alla cassa) e soprattutto per il consueto auto-rimando ai precedenti. Ad esempio: lo sceriffo e il “figlio numero uno”, sono gli stessi di Kill Bill vol. 1; sulla macchina gialla di Kim c'è l'adesivo Pussywagon, come sul pick-up dello stesso film;  Abernathy ("che cazzo di nome è?" - ahahaha) ha come suoneria il “Twisted Nerve” di Elle Driveriana memoria e via così, sai quanti ce ne sarà e quanti ne sfugge: si pensi che in Pulp Fiction, Mia (Uma Thurman) racconta a Vincent (John Travolta) di aver appena girato un pilota di una serie, su una banda chiamata “Le Vipere Assassine della California”. Meno male che c'è Tarantino...

aprile 19, 2007

CHICCO SFONDRINI-LUCA ZANFORLIN, A un passo dal sogno. Il romanzo di “Amici”

Orbene, merde: questo è uno dei libri più venduti in Italia, al momento. Mica bastavano, Faletti, Moccia o Melissa P. E a breve, il/i libro/i rivelazione su Vallettopoli (già c'è l'album di figurine...) 
Ecco qui:
Mattia ha due grandi passioni, due motivi che gli fanno stringere i denti e battere il cuore: la danza e Giada. La danza l’ha scoperta per caso, Billy Elliot della provincia lombarda [sì, posti tipo Spilamberto, o anche Paderno Dugnano - posti buoni per la spïanatoja, ve lo darei io Billy Elliot]: “Quando ballo tutto corre a mille, chiudo gli occhi ed è come se nuotassi nell’aria, non penso più a niente, mi vengono idee… rivedo amici d’infanzia… urlo come un pazzo” [oggesù, che ti cachi anche addosso per caso? Sia l'epilessia? Ti sei fatto vedere da uno bravo?]. 
Giada l’ha conosciuta nella scuola di “Amici”, lungo la strada verso lo stesso sogno [ma rifugiatevi nella droga, imbecilli]. L’ha notata che ascoltava l’i-Pod con la testa appoggiata al finestrino del pullman [i gggiovani c'hanno l'i-pod, e pure gli zaini Eastpack]. Certe volte però è così difficile far uscire allo scoperto i sentimenti, passare dagli sms alla realtà [cazzo, queste son frasi che fanno male!]. E Laura Pausini sembra aver capito tutto mentre canta: “Vivimi senza paura / che sia una vita o che sia un’ora…” [perché queste, fanno bene?]
Questa è una storia d’amore e di entusiasmo, batoste e soddisfazioni, amicizia e tradimenti, complicità e paura, fatica, pazzie, slanci [ma vaffanculo]. La stessa sostanza di cui sono fatti i vent’anni [ma speriamo morïate]. E lezione dopo lezione, sfida dopo sfida, Mattia scopre che sta imparando qualcosa, non solo come ballerino. [Che il cervello è un accessorio perfettamente inutile, oggi]

Siete un popolo diviso a metà tra l’orrore e il folklore. Ogni volta pensiamo che abbiate toccato il fondo, e invece cominciate a scavare... 
(Jerzy Sturovsky, produttore polacco?)