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settembre 16, 2004

D. SEDARIS, Me parlare bello un giorno (Me Talk Pretty One Day)

(EVVAI, LO RIVOLEVI? RIECCOVI BAMBAGINI NYCOLA, PROFESSORE DI STORIA DELLO SCROTO E FENOMENOLOGIA APPLICATA (A STO PAJO DI) ALL'UNIVERSITA' "SERG. GARCIA" DI CEFFONE SUL CIPIGLIO (YO). TITOLARE DELLA CATTEDRA E' PERO' - VI AVVISIAMO! - SOTTO IL NOME DI DOTTOR MERDA. LA QUALE (IDENTITA') NON NASCONDE ALTRE IDENTITA' SE NON QUELLA DI PAPEROGONFIO IN LEASING PRESSO LA DITTA "M. CIUINO" TRASPORTO PINOLI E ANCHE CADAVERI.)

C’è qualcosa di bello, ok, in questa raccolta di racconti di Sedaris; ma se su una trentina (ventisette, per la precisione) di racconti solo una decina possono essere compresi entro un giudizio fra “carini” e “irresistibili”, il giudizio non è che possa essere molto positivo.
A tratti, insomma – ma sporadici – è pure divertente (e comunque, MAI ai livelli sbandierati dalle note in seconda di copertina). Sedaris tocca temi quotidiani, con un tipo di scrittura “quotidiana”, proponendo soluzioni e vie d’uscita che si salvano a volte con l’ironia illogica e con l’assurdo. Per questo, ti strappano un sorriso. Nel complesso però dà proprio l’idea di non esser niente di particolare. Medio in tutto, insomma.
Le punte? Beh, c’è un momento (da pag. 37) in cui il libro sembra cambiare marcia, infilando tre racconti (Ingegneria Genetica, Dodici momenti nella vita di un artista e Il Gallo non lo ammazza nessuno) in un crescendo che arriva all’irresistibile; ma poi subito si affloscia, mettendo qualche boutade qua e là, tra lo scontato e l’assurdo, strappandoti un sorriso o poco altro (poco altro tra cui La curva dell’apprendimento, forse, coi dodici momenti di cui sopra, il miglior lavoro della raccolta, e Il colosso, semplice e divertente storiella che ti lascia divertito, pur nel suo non essere – ancora – niente di che). La prima parte comunque (fino a Ci vediamo ieri, p. 155), riguarda la vita di Sedaris in America, e ci illustra la sua scombinata e bizzarra famiglia in un modo che vorrebbe a tutti i costi farci ridere, e che invece, certe volte, irrita e infastidisce (si pensi ai continui riferimenti che vorrebbero essere autoironici sull’omosessualità dell’autore, netta fin da bambino secondo lo stesso, e rappresentata più che coi toni dell’autoironia, quasi con quelli della maniacalità, come se dovesse esser comico o realistico o altro, ad esempio il fatto che Sedaris bambino sbavi se vede un bel fisico maschile! Oppure, sempre su questa linea, il continuo “giocare a far la checca”, tirandosi addosso battute che nemmeno Rauti farebbe, ad esempio dicendosi di esser bravo a metter nomi ai peluche e a passar l’aspirapolvere!). La seconda riguarda le esperienze parigine dell’autore, il cui nuovo compagno è appunto francese, in occasione di un soggiorno in Francia. In pratica, le sue avventure durante l’apprendimento della lingua. Se è vero che non cade mai (quasi mai!) nell’ovvio, con battute scontate e doppisensi linguistici (pur se tutto è giocato ovviamente lì!), è anche vero che raramente si accende (Ricordando la mia infanzia nel continente africano, ad esempio, ma anche Me parlare bello un giorno, o Gesù si fa la barba).
Insomma, qualche paradosso divertente, qua e là, c’è (si pensi, ad esempio, all’elenco delle prime parole imparate in francese dall’autore: pena di morte, tumefazione facciale, esorcismo, mattatoio, mostro marino cacciatrice di dote, chi ha cacato sul tappeto), ma tutto sommato è anche legittimo arrivare in fondo e chiedersi: maccheccazzo, lui lo pubblicano e a me no?

settembre 15, 2004

D. EGGERS, L’opera struggente di un formidabile genio (A Heartbreaking Work of Staggering Genius). E qualche altra cosa

(ANCORA BUGIOTTY CLETO, DI PROFESSIONE ATROFIA CEREBRALE SPINTA. E AVANZATEMPO ARATRO - IN SOSTANZA, IL BUON VECCHIO DOTTOR MERDA, CHE L'HA NUOVAMENTE RIPESTATA)

“Grande, grande scrittura. Un libro che non lascia scampo”, c’è scritto sulla copertina. Il punto è che è un’impressione lasciata da uno scrittore come lui, vale a dire David Foster Wallace. Il che presuppone che anche la sua sia una scrittura che non lascia scampo. O che forse non lo siano nessuna delle due. Semplice: entrambi, Eggers e Wallace, si presentano come due autori gggiovani, sempre ggiovani; scanzonati, tutt’altro che cattedratici e seriosi, e quant’altro vi può venire in mente su questa linea. Soprattutto, fantasiosi: le loro opere sono sempre qualcosa che sorprende chi legge. Ma il problema è proprio qui: a volte sorprendono, a volte vogliono sorprendere. E lo vogliono a tutti i costi. Ogni pagina, ogni capitolo, ogni frase deve essere una sorpresa, magari una battuta, un ragionamento particolarmente pungente. Sicché rimangono presi nel loro stesso gioco, e per un’altra via raggiungono lo stesso scopo di quei maestri di cui dichiarano di non voler seguire le tracce. Saturano: ci saturano di ridondanze, attingendo o da cose inutili e tutt’altro che interessanti, o da cose gratuitamente complicate (e il secondo caso è quello di Wallace – avete presente, ad esempio Verso Occidente l’impero dirige il suo corso?). Saturano come saturano, ma per altra via, i loro (misconosciuti) “maestri”: se i secondi lo fanno per troppa cultura, per troppo accademismo ed erudizione, questi saturano o per troppa contro-cultura, o per troppo esercizio fine a se stesso di simpatia a tutti i costi (o di bravura fine a se stessa). Ingurgitano spesso tutta l’americanità “leggera” (da qui il classico coinvolgimento del “chi non ci riconosce in tutto questo?” – che non è detto, si badi, che sia un difetto!) che c’è, e te la ripresentano con la loro simpatia, cercando di coinvolgerti, perché chi non ha vissuto esperienza come quelle; chi non ci si riconosce; chi non è disposto a ridere dei loro ammiccamenti estrosi e originali, delle loro avventure stralunate e strampalate?
L’originalità e la grande inventiva caratterizzano questo tipo di scrittori, è indubbio. Però è un gioco che funziona su piccola scala, sul breve: non è un caso che Wallace, ad esempio, renda al meglio (almeno secondo me) in quell’operetta che si intitola Una cosa divertente che non farò mai più, e in alcuni (sì, alcuni… certi sono veramente insopportabili!) dei racconti de La ragazza dai capelli strani (ad esempio in quello che dà il titolo alla raccolta, appunto – per quanto forse questa non sia altro che un tentativo di mostrare, e di di-mostrare, a tutti la sua capacità di maneggiare stili diversi).
E questo è quel che avviene anche all’opera struggente di un formidabile genio di Eggers. È una questione di misura: le 360 e passa pagine dell’opera sono troppe. Tutto è troppo. È eccessivo e sovrabbondante. E soprattutto discontinuo: eccezionale e irresistibile in alcuni punti, in altri Eggers si fa prendere la mano. Ed è una fatica seguirlo. L’autore stesso dice che dopo i primi quattro capitoli (in una prefazione, anche lì, che avrebbe necessitato certo di una grossa sforbiciata), il suo libro perde, e perde parecchio. Anche se nel complesso è quantomeno originale (disegnini, scheimi, linguaggio pieno d’inventiva), è una insopportabile e gratuita aggiunta (poteva essere sbrigata in poche pagine), ad esempio, l’avventura a The real world, il reality show di m-tv (e in genere tutto o quasi, dal cap. VI, secondo me, precipita – e una volta stuccato il lettore, lo si recupera male…).
A far di continuo piroette, salti mortali, frizzi & lazzi, alla meraviglia si sovrappone la noia. Come dicevo, questo vale per le lunghe distanze: e anche Eggers dà il meglio nel breve, in quanto l’originalità ha bisogno di una miccia corta; scoppiare e poi via, scomparire. Le sue Quattro lettere di Steve, un cane, ad alcuni capitani d’industria (pubblicato nell’antologia Burned children of America, di minimum fax), in questo senso, sono fulminanti, come lo sono certi passi di quest’opera struggente (per dirne una, l’entrata nel nuovo appartamento, la cui bellezza si misura dal grado di resistenza del pavimento alla “scivolata su calza”). Dopo aver letto l’opera struggente di un formidabile genio, ed essersi sorbiti le mille e mille divagazioni pseudo-simpatiche, le mille e mille avventure che dovrebbero essere una continua risata, difficilmente ci si ricasca. Fatto sta, insomma, che io Conoscerete la Nostra Velocità l’ho comprato, ma l’ho sempre lì, su uno scaffale. Non so se lo aprirò mai. E lo stesso vale per Infinte Jest. Ecco, quello forse non so se lo comprerò mai…

settembre 12, 2004

61° mostra del cinema di venezia

GROSSA SORPRESA!

Cinema italiano ancora ignorato, alla 61° mostra del Cinema di Venezia.
Chissà perché? Sarà una congiura? I giudici sono dei corrotti (magari pure comunisti, o fascisti? O comunque di destra in generale)? Eh?
O sarà forse che il cinema italiano, nel 90% dei casi, FA CACARE? Ed è buono solo a tirar fuori zupponi strappalacrime pseudo-impegnati o tremendamente seriosi, e/o quand’anche storielle metropolitane misere e senza alcuna idea originale?
La fantasia, la si lascia sempre a casa? E il divertimento?
Io non ci vado davvero, a vedere quei drammoni da (e di) sfigati, tutti presi da se stessi e dalla loro teatralità larmoyante.
Però, ogni volta che in qualche manifestazione l’allegra compagnia viene considerata zero, ecco tutti lì a meravigliarsi, che di sicuro sarà una congiura.

W i film di Bud Spencer e Terence Hill!

settembre 10, 2004

J.T. LEROY, Sarah

Né grottesco né drammatico, né perverso né sconvolgente: che cos’è che non può fare una buona strategia pubblicitaria? Ridicoli e inverosimili i dialoghi, fastidiose le continue imprecazioni dei personaggi, che invece vorrebbero essere buffe e fantasiose (sul serio, l’autore le lasci a Tom Waits: è meglio). Se solo ci si immagina un attimo l’iter che potrebbe avere un testo così, senza raccomandazioni o nomi forti alle spalle beninteso, in una redazione editoriale! Non credibile, forzato, ingenuo, ma con qualche punta originale (forzate se non fuori luogo pure le note in quarta di copertina): e nessuno lo pubblicherebbe, mai. Tutto questo è Sarah, di J.T. Leroy, che vorrebbe scandalizzare, che vorrebbe vantarsi e mettersi in mostra, che vorrebbe dirci che questa più o meno è stata la sua vita, e ora lui passa alla cassa, perché a un certo punto tutto fa brodo e con tutto si fa soldi, tantopiù che sul torbido, sul sessualeggiante, sul perverso si fa leva facilmente. E le domande fioccano: ma avrà davvero vissuto così, poverino? Ma sarà stata davvero questa la sua vita? Che scandalo! E poi via ad attribuirgli la qualifica di genio, di poeta, di tenero poeta geniale.
Chi se ne frega se ha vissuto così, o no. Si deve giudicare il libro, e il libro fa decisamente cacare. Per di più, non c’è nemmeno più di tanto, di realistico. Non è né carne né pesce, alla fine. E a non esser né questo né quest’altro (né, appunto, grottesco, né sconcio, né provocatorio, né poetico, ecc.), pare non guadagnarci nessuno: è un piccolo polpettone insipido, che manca ogni obiettivo che vorrebbe centrare. Alla fine, viene solo da pensare che l’autore debba avere dei buonissimi sponsor (Suzanne Vega, più volte ringraziata e presente, potrebbe andare?).
Complimenti alla Fazi, che fra Leroy e Melissa P. di sicuro ha trovato una linea che vende, nonostante te la facciano pagare cifroni assurdi. E rallegramenti all’autore, che ha firmato pure la sceneggiatura di quel pretenzioso e culturaleggiante filmetto che era Elephant, e che a quanto ne so, ha pure un bel rapporto con Asia Argento. Magari la chiava, o che so io. Ma, detto per inciso, assioma n. 1: qualcosa a cui si interessa in un qualsivoglia modo la simpatica Asia Argento (dico: Asia Argento. Capite? Asia Argento) NON è per principio qualcosa di cui si possa dire che VALGA LA PENA.
Quanto al rapporto letteratura-vita, o finzione-realtà che si preferisca, ecco due righe di uno scrittore vero: “Di sicuro tutti conoscono le due domande più frequenti che vengono poste a uno scrittore. Di cosa parla il libro? È autobiografico? Queste domande e le relative risposte non mi sono mai parse irresistibilmente interessanti: se si tratta di un buon romanzo, sia le domande che le risposte sono irrilevanti. […] Quando Il mondo secondo Garp venne pubblicato, molti genitori che avevano perso un figlio mi scrissero. “anch’io ne ho perduto uno”, mi dicevano. Confessai loro che non avevo mai perduto un figlio, che ero solo un padre dotato di una vivida fantasia. Nella mia immaginazione, io perdo un figlio tutti i giorni” 

settembre 07, 2004

D. DE LILLO, Great Jones Street

(Le favolose recensioni di Bambèdo Cugnas, paperogonfio a rate, impiegato presso il CEAP (Centro Elettrodomestici A Pile) e nEpote di Fuffy, Pimpy, Tinty & dello Stronzolo Gigante. Altrimenti detto, IL DOTTOR MERDA)

Una Rockstar misticheggiante e trasgressiva, Bucky Wunderlick, sente la vacuità di tutto il suo (e non solo il suo) mondo, e decide che è venuto il tempo di mollare tutto. In incognito, quindi, va a rintanarsi in uno scalcinato appartamento nei bassifondi di New York, in Great Jones Street, appartamento della sua altrettanto allucinata compagna, una groupie al momento misteriosamente assente, forse spersa in qualche polveroso paese “senza tempo”.
Riusciranno comunque a trovarlo; e alla sua porta ecco quindi tutta una serie di personaggi: il manager, funzionari della holding che detiene i diritti delle creazioni di Bucky, tormentati scrittori pseudo-falliti del piano di sopra e vedove con figlio gravemente handicappato del piano di sotto, misteriosi emissari di una Comune agricola che ha appena inventato una nuova e (presumibilmente) potentissima droga, e che vorrebbe coinvolgerlo nello smercio, fino a possibili e altrettanto allucinati acquirenti di questa.
Tra pensieri straniati e meditazioni contorte, tra il ritorno di Opel (la groupie, che si rivela tra l’altro l’anello di congiunzione fra la Comune Agricola e il laboratorio clandestino che dovrebbe analizzare la nuova droga – e anche lì, il dottore che lo presiede mostrerà connotati pazzoidi e diabolici, sinistri e allucinati) e pressanti richieste della casa discografica (che in mancanza di nuovo materiale sottrarrà con l’inganno vecchie e del tutto personali e sconclusionate registrazioni dell’“artista”) Bucky Wunderlick si renderà conto una volta di più che non gli è possibile ormai alcun ritiro, alcun silenzio: quel suo mondo lo ha definitivamente inglobato e lo possiede, e non esiste più nessuna libertà di scelta, nessuna cosa che dipenda solo da se stesso. Anche lui è niente più che un prodotto, e un prodotto si vende, con altri che, a tavolino, decidono tutti i suoi destini. Tutto questo lo stritolerà, e alla fine sarà la Comunità Agricola a ridurlo al silenzio, perpetrando così la sua leggenda per i milioni di fan e occhi che comunque inevitabilmente a lui guardano e lui cercano.
Tutto questo, quindi, per una corrosiva satira del mondo del rock, dell’industria dello spettacolo e delle arti americana. Credibile, certo, Bucky Wunderlick nella sua ossessività (compaiono anche i suoi testi, dagli album del passato), e ottime alcune tirate di qualche personaggio (su tutti Globke, il manager, sulla vendibilità di un “prodotto”, cap. 24; ma anche i vari concioni di Fenig, lo scrittore, sul concetto di mercato, sparsi qua e là), ma nel complesso il libro non riesce a interessare. Stanca, e tra un errore di traduzione e/o sintassi e l’altro si rivela troppo gonfio, troppo denso, come spesso capita quando c’è di mezzo DeLillo. È come se tutto fosse pretesto per un interminabile esibizione di bravura, un virtuosismo continuo, che porta sempre lo scrittore a indugiare troppo su concetti deliranti, sulla meditazione fine a se stessa e che si compiace di certe assurdità. Non è un caso infatti che il libro susciti maggiore interesse e coinvolgimento all’inizio, quando cioè la vicenda viene presentata, e (soprattutto) verso la fine, quando cioè il corso degli eventi è più serrato e va effettivamente verso qualcosa, quando insomma i nodi vengono al pettine e la vicenda torna a riemergere un po’ più chiara e meno sommersa e annacquata da tutti i pensieri pletorici e contorcimenti stilistici. Scremando un po’, insomma… ma DeLillo vuole sempre che chi legge rimanga ammirato dalla sua proprietà di linguaggio, dalla sua capacità di maneggiare idee, fino a fartici perdere. È una costante sua e di altri, Salman Rushdie e Philip Roth, ad esempio. Ma di questi solo l’ultimo riesce davvero, anche a questo prezzo, a prenderti. E nemmeno sempre, tra l’altro. Qui, dopo un po’ ci si annoia, pur ammirando, e nel caso specifico tutto – quasi tutto – è troppo assurdo e allucinato. La trama in sé (e anche l’inizio: “la celebrità, questo tipo particolare di celebrità, si nutre di oltraggi, di quello che i consiglieri di uomini di statura ben minore definirebbero pessime relazioni pubbliche: scene isteriche dentro limousine, litigi tradimenti, pandemonio, droghe”) farebbe pensare a qualcosa di meglio e di diverso, a un Glamorama (ma Bret Easton Ellis rimane comunque un citrullo e poco più) del mondo alternativo (pseudo-alternativo) e psichedelico, rock e ribelle (pseudo-ribelle), che fallisce però, contaminato dallo stile eccessivo e manieristico dell’autore.

Nel complesso, dato che il DOTTOR MERDA™ ha da dare i voti, e lui li dà da uno a dieci (che sennò pare abbia copiato IBS, e ciò non è giuste oltreché bello) vi dice che questo libro vale 6.5. O anche 6, dipende da quel che ha sognato stanotte e da come le stelle gli sono propyzie.
E se ciò non vi va bene, protestate pure. Tanto non v'ascolto.

marzo 15, 2004

IL MIRABOLANTE CINEMA ITALIANO! (ultimamente, nelle sale...)

Non ti muovere, di Sergio Castellitto.

Margaret Mazzantini è una romanziera assai ben ammanigliata, evidentemente. Scrive un romanzo orribile, tumido, disperatamente impegnato (social-familiarmente), di introspezione (patetica), e ci vince il premio Strega. Così, la città degli stolti si dice: “wow, ma chi è questa margaretmazzantini che arriva dal nulla e vince pure un premio letterario, quel concorso, lì…? Quello che si tiene a Viareggio, o come si chiama? Boh, comunque deve essere una brava, va’… l’hanno intervistata pure al tg 1, e le librerie son piene del suo libro” E così signore-bene e intellettualoni/e ben inseriti lo comprano, e lo leggono, e ammirano la grande sensibilità, la grande abilità scrittoria, tutti legittimati dal fatto che di certo, questo deve essere il più bel libro mai scritto. Anche di più dei vari (precedenti vincitori di premi) libri di Dacia Maraini, Simona Vinci, Niccolò Ammaniti, Alessandro Baricco etc. “Toh, ha vinto pure il premio Strega. Oh, voglio dire: queste cose son serie eh? Che vi credete? Che i premi letterari siano delle grandi stronzate? Eh?”
Ecco, tutto questo, ma non solo: ci tirano su pure un film, come da consuetudine peraltro. Ieri, Salvatores, oggi Castellitto, che è sensibile in genere alla letteratura, andava pure a leggere Salinger alla merdosissima scuola Holden di Torino di Baricco, e che poi guarda il caso è pure parente stretto della Mazzantini. Ci tromba, cioè. È il marito, sapete. E la Mazzantini la pubblica pure la Einaudi, così, da zero. Ma comunque, via che ci si gira su un film, di quelli in piena tradizione italiana: melodrammone, ci si fa fare le canzoni da qualche cantante (stavolta si è prestato il mitico rossivasco, ché gli angeli hanno dio e noi c’abbiam vasco), che così poi ci vende anche lui un bel cd per i fan, o magari se non ne ha voglia gli se ne chiede qualcheduna vecchia, e poi si prende un’attrice famosa di turno e si comincia a girare per i tg a farci pubblicità. Si fa cultura noi, che vi credete? E il vincenzomollica di turno ci farà le domande di turno, e io regista, lei scrittrice (e co-sceneggiatrice magari) e lei prima attrice saremo lì, in prima fila a rispondere.
In Italia, ogni anno, non s’è scritto altro, non c’è stato altro, il passato non conta più: c’è solo il romanzo-cazzata di turno, quello che vende perché lo vogliono vendere e perché può vendere (ha la caratteristica, in primis di far cacare, in secundis di assommare in sé le qualità tipiche per piacere al borghese che lavora: non molto lungo, banale e strappalacrime; parla d’amore e ci mette sempre un bel drammone social-familiare che piace tanto, e solletica la sensibilità di tutti quanti)
Merda, ma lo sapete che in Italia un tempo si scriveva il Decameron? Eh?
“Una giornata di pioggia, uno stop non rispettato. Una corsa in ambulanza verso l`ospedale, lo stesso in cui lavora come chirurgo. (Toh! Evvai, lo spunto dall’Almodovar, altro simpaticone solitamente assai rispettato nella città degli stolti, di Tutto su mia madre s’è preso; del resto ci s’ha pure Penelope Cruz a farci da prim’attrice!) Ma stavolta non c`è lui in sala operatoria. C`è sua figlia che lotta tra la vita e la morte. Nel terrore dell`evento estremo, Timoteo (ahahahahahah Timòteo ahahahahaah! Ma andate a cacare, deficienti! Timòteo! ahahahahahah) getta la maschera di padre e marito modello (sì, ma che va al bordello ahahahahahah) per svelare, in un immaginario dialogo con la figlia, un segreto doloroso: la storia, all’apparenza squallida, di un amore extraconiugale con una derelitta dal nome spropositato, Italia (e qui la colonna sonora avrebbe dovuto prevedere magari “Itaaaaaaaaaaaalia, Itaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaalia” di Mino Reitano, che almeno avrebbe fatto colore, ma niente via… sarà per un’altra volta – e la derelitta, tra l’altro, cara Margaret Mazzantini… avrebbe, suppongo, in una rozza simbologia per cretini una qualche valenza, vero? Il solito decadimento morale della Sua nazione in cui il suo Alato Spirito è costretto a vivere? Una nazione in decadenza ma con una qualche scintilla negli occhi? Con una qualche speranza di redenzione? Perché Italia ha un qualche lato positivo che lei avrà ben messo in luce, nella sua prosa eh? D’altra parte… scavo psicologico, e dramma interiore van di pari passo se si vuol conquistare gli stolti no?). Non è però che quella pensata dal padre sia una gran cura, per la figlia moribonda. Difatti ella, per far smettere Timòteo (ahahahahaahahah, Timoteo! Ahahahaha mavvia ahahahahahah) di sproloquiare, esce dal coma e si trasforma in gremlin, emigrando nel paese dei balocchi, con letto di ospedale, pitale e corsia intera. Il tutto con sollievo dello spettatore”  


Che ne sarà di noi, di Giovanni Veronesi

Che sarà di Voi? Spero tutto il peggio possibile, a dire il vero. Non bastava un Muccino, in Italia. No: ce ne voleva un altro, a scassare la minchia. Signora Muccino, ma veramente: lei non c’aveva di meglio da fare, a suo tempo? Anche la dama può essere un gran bel passatempo, sa?
“Il liceo. La maturità. E poi che fare? (ma facciamoci prendere da una bella botta di depressione e suicidiamoci. No?) Orde di diciotteni si riversano ogni estate sulle spiagge della Grecia (ecco, mai che ci sia un naufragio al momento giusto) per la loro prima vacanza ‘alla grande’ (cazzo, cazzo e cazzo) e da grandi. Ma diciotto anni sono pochi. Nell'atmosfera magica di Santorini (eccoci! Tanto per non esser banali) si consuma il viaggio iniziatico di tre ragazzi in fuga da una vita già scritta secondo le aspettative di mamma e papà (evvai! Ah, l'originalità! Ma ci andate in culo, teste di cazzo! Ma chi le scrive ‘ste sceneggiature? Proprio silviomuccino con la collaborazione del fratello, magari, eh?). Finalmente liberi di pensare (sì, ma cazzate inutili e pretenziose), scopriranno soluzioni diverse, forse incoscienti ma sicuramente più autentiche (come no). E quindi moriranno tutti disintegrati, non appena formulato il pensiero tipo “cioè, io per me mi credo che questa vita sia qualcosa di veramente bbbrutto, e poi ci stanno le ggguerre, e la fame nel mondo… è l’ora di cambiarlo, no? C’hai presente, no? Cioè… sì insomma…” Pare si chiami malattia del vuoto pneumatico. Cioè, c’è una parte di cervello che è già pienamente conscia di sé. Anche a 18 anni. Anche in Silvio (e Gabriele) Muccino (in violanteplacido no, recenti studi han dimostrato che lei è solo un OCM – Organo Copulativo Monocellulare). Tuttavia, poiché è solo una minima parte, esso non può controllare appieno i discorsi che il soggetto fa, ma solo subirli. Senonché c’è un limite a tutto, e quando questi bei tomi aprono bocca per più di cinque minuti a fila, anche quella minima parte di cervello riesce a prendere il comando di tutta la baracca, seppur con uno sforzo sovrumano. Siccome sa bene che il suo potere è solo passeggero, e che presto l’individuo riprenderà il controllo di sé, solitamente in quel breve lasso di tempo esso preme il pulsante dell’autodistruzione. E niente più coglioni, che sotto il cielo stellato della Grecia si chiedono cose profonde tipo “che ne sarà di noi?”, e il loro massimo pensiero solitamente è quello di dove comprare il fumo a meno.
Ah, le meraviglie del corpo umano! Ecco, sarebbe bello se fosse davvero così.  
Son contento di non aver fatto il liceo, e aver saltato la vacanza in Grecia, sapete? 
Ah, già e poi c’era anche quel film con quell’omo travestito da donna che è Maria Grazia Cucinotta e Joaquim Cortes, che ora non mi ricordo come si chiama (no Joaquin Cortes, quello me lo ricordo, sennò non lo chiamavo per nome; intendevo il film) ma vedrai era bello bello… c'era lei che baciava quello, poi quell'altro, poi tornava dal primo, poi ancora un altro, e poi lui ne baciava un'altra, e via, e quindi ballavano, sotto la pioggia, ed era S. Valentino...
Ah, bene!

dicembre 22, 2003

IN THE CUT, Jane Campion

È un film che pretende. Pretende di essere artistico, morboso, ossessionante, sensuale, pieno di suspence, eccetera. Ma riesce solo a vincere un abbonamento perenne alla fiera dei “Vorrei ma non posso”: girato male, malissimo, pretenzioso; con una fotografia decisamente fastidiosa, e una sceneggiatura imbarazzante per buchi, debolezze di logica e volgarità del tutto gratuite, lascia alla fine con questo interrogativo: ma perché Jane Campion non va a fare in culo? Perché cazzo ogni volta che una donna fa qualcosa nel campo della cosiddetta “arte”, lo deve fare erigendo se stessa a paradigma di una categoria, riassumendo in sé e parlando dei “problemi delle donne”? Perché c’è sempre implicita l’idea di esaltare, far fronte comune, contrapporsi all’ottuso mondo maschilista e maschio che non dà mai le stesse opportunità a LORO? Eh? Perché sempre questo complesso d’inferiorità che le spinge a non fare altro che parlare parlare e parlare di loro stesse, sempre magari con la stessa storiella scema, tumida di sensibilità distorta & isterica ma coraggiosa, di cui Ennio Flaiano (si torna sempre lì…) aveva tanto bene detto?
Se si dà il caso che un (prendiamo il cinema, già che si parla di questo) regista, uno sceneggiatore può assumere il cosiddetto “punto di vista femminile”, creando una storia, un personaggio, una situazione (ok, può farlo bene o male, ma questo è tutt’altro discorso); MAI – dico, mai! – si dà il caso contrario: una regista, una scrittrice, un’artista in genere purché donna, quando farà qualcosa adotterà sempre e soltanto il “punto di vista femminile”. E fin lì, badate, non ci sarebbe nemmeno nulla di male; sennonché il problema nasce per come quest’ultimo viene adottato, appunto, pesantemente gravato da tutte quelle cose di cui dicevo poco sopra: e allora saranno dolci e fragili eroine in cui la parte peggiore di ogni donna può riconoscersi, perché insomma chi non è mai stata sedotta abbandonata molestata non capita menata non ascoltata non circondata dalle necessarie attenzioni scossa oltraggiata presa in giro tiranneggiata da un uomo stupido e volgare che pensa solo ed esclusivamente a trovare “un paio di buchi e due tette in cui metterlo, anzi no di due tette si può fare anche a meno, così come – ovvio – di un cuore che batte” (è uno dei meravigliosi dialoghi del film, si noti).
Nel caso in questione, ecco gli ingredienti: un romanzo (e tutto considerato non ci tengo proprio, a leggerlo) molto probabilmente già assai mediocre di per sé, saccheggiato a cazzo, con la storia che non può non risentirne sul piano logico-narrativo (personaggi del tutto gratuiti, si veda ad esempio il pazzo-attore-dottore-cinefilo interpretato da Kevin Bacon, che in tutta sincerità non si capisce cosa accidenti ci stia a fare; oppure il negrone allievo (?) della protagonista il quale alla fine appare malmenato non si sa bene per quale motivo, né quando, dal poliziotto, e che tanto per tornare sempre lì vuole farsi la sua professoressa, con violenza – ma l’elenco di stonature potrebbe continuare), e su quello dei dialoghi (davvero, qui si affonda decisamente nel ridicolo: non tanto e non solo per tutta quella volgarità in grazia della quale magari si vorrebbe apparire duri e spietati, o far tanto metropoli violenta e torbida, riuscendo però di fatto solo a infastidire, a NON esser credibili, nemmeno per due secondi o per sbaglio; ma anche per la vera e propria logica dei discorso, per il buon vecchio senso compiuto: non di rado a un personaggio che dice A risponde uno che dice Y, e via così); una regia che definire involontariamente comica è poco (non sono sempre le inquadrature non convenzionali, sghembe, in movimento, sfocate, ancora in movimento, poi di nuovo storte, strane, e via così, a fare di qualcosa “un’opera d’arte”: si rischia sempre di cadere nel troppo “voluto” o nel fine a se stesso, nel pretenzioso e nell’ingombrante, come a voler scuotere lo spettatore e dirgli: “vedete come sono brava? Mica racconto le cose come tutti, io! Ammiratemi!” – in realtà dà solo noia: se volevo andare sul tagadà, andavo al luna park); una fotografia che segue perfettamente la regia (anche qui: Gesù, non basta scurire tutto per fare un noir, o comunque per creare un’atmosfera cupa. Nel caso specifico, alzi la mano chi non avrebbe pagato per aver a portata di mano un telecomando, così da pigiare su quel cazzo di tasto della luminosità per riuscire a vedere qualcosa! – si vada casomai a confrontare la cosa con Seven, che lo stesso scopo inseguiva, ma per il verso giusto e con esiti del tutto diversi, pur essendo anche questo per molti altri aspetti un film da adolescenti esaltati); e una serie di simboliche bandiere americane (che cazzo c’entrano? Cosa vorrebbe simboleggiare l’insistita inquadratura su di esse?). Su tutto ovviamente, il mondo al femminile: Meg Ryan fa la professoressa (ma di che? Di glottologia, visto che sta preparando un non ben precisato libro sullo slang negro? Di letteratura? E la qual cosa, si sente, dovrebbe avere un nesso, così come le citazioni che ‘sta scema trova sulla metropolitana tutti i giorni, ma comicamente poi non ce l’ha… non riescono a farcelo entrare, o forse nel romanzo c’era, ma il film mica poteva durare tre ore, abbiate pazienza eccheccazzo!), e OVVIAMENTE per compito a casa dà Virginia Woolf da studiare (la prossima volta, Jane Austen?), è orgogliosamente e coraggiosamente single e gli uomini, lei, li immagina, masturbandosi magari nel sonno. Poi, cede sessualmente a uno (il poliziotto ridicolo e maldestramente perverso – di cui vediamo nientemeno che uno scorcio di cappella – e probabilmente complice del suo inutile e sciapito collega – a proposito, perché fa tutte quelle porcherie alle donne? Un motivo? Così, perché è cattivo & perverso? – sebbene lei sappia una sega e torni da lui, facendo così finire il film), e immancabili, arrivano le confidenze sentimentali all’amica del cuore, che nella parte peggiore di ogni donna, devono essere davvero taaanto importanti.
Si badi, infine: niente pompini, assolutamente! È lo strumento principale con cui gli uomini maschilisti e detentori di tutto il potere di ogni campo opprimono ed umiliano tutte le donne: “oh, un po’ di attenzioni anche per noi, insomma”, deve aver detto Jane Campion... e allora giù, ricche descrizioni anatomiche di clitoridi e lubrificazioni vaginali (la ridicola ancorché gratuita mezza scena di masturbazione al telefono troncata a metà), leccate di fica (potevo dire fellatio e cunnilinguus, certo, ma perché non uniformarsi al film?), descritte didascalicamente e elargite come manna dal cielo, perché ovviamente ogni uomo pensa sempre e solo al proprio piacere, soprattutto in campo sessuale! (Cristo, MegRyan, ti ha solo leccato la fica! Fino ad ora mai nessuno l’aveva fatto? Ed è una cosa così insolita??? E chi accidenti vuoi che glielo abbia insegnato???)
Orribile e pretenzioso, inutilmente volgare. Spero smetta di far cinema, questa qui. Unica cosa bella: la dolcissima versione di Que serà serà, con cui si apre il film.

dicembre 01, 2003

DOGVILLE, Lars Von Trier

Chiariamoci subito, Dogville è un capolavoro. O quasi, insomma. Del resto, di queste cose non si può mai essere sicuri; come di tutte le altre, alla fin fine. Però ora non stiamo tanto a confonderci. Dicevo, Dogville è un capolavoro. Però in Dogville c’è il Bellandi. Il Bellandi sarebbe uno che conosco. L’attore (fedelissimo di Lars Von Trier, penso si chiami Paul Bettany, se non ho capito o ricordo male) principale, è chiaramente lui. Ora, ogni volta che era in un’inquadratura il Bellandi (e la cosa capitava assai spesso), non si poteva non ridere, è chiaro. Così, qualsiasi capolavoro si smorza, capite. E ragion per cui, quindi, potrei anche star qui a parlare di Dogville come di un film imperniato sul simbolismo (la cittadina che simboleggia in realtà il mondo intero; la piccola comunità che è specchio dell’intera e misera razza umana; i gangster e Grace – non a caso, Grace, la Grazia, che può essere accolta o meno… libero arbitrio, no? – che rappresentano la divinità che giunge dal cielo, a giudicare, a mettere alla prova l’Umano, che però è sempre Troppo Umano, ahahah mi si passi la citazione pseudo-stronz-colta), e sull’allegoria (in fin dei conti il film è una grandiosa parabola sulla meschinità dell’umanità, cui è offerta, invano ovviamente, una redenzione). Oppure potrei dire della realizzazione tecnica del tutto (tra teatro – certo teatro d’avanguardia, che adesso non ricordo ma forse era Artaud? Giuro che m’informerò – e letteratura, nello strutturare rispettivamente il mondo come una lavagna-palco, pieno di convenzioni sceniche, anche quelle fortemente simboliche, a partire dall’organizzazione dello spazio; e la svolgimento della vicenda, organizzata come un racconto in nove capitoli più un prologo per voce narrante). Infine, potrei considerare che spesso i film che si immergono nel simbolismo e nell’allegoria, rischiano di diventare presuntuosi, cerebrali, insopportabili insomma, specie poi se cercano altri artifici, prendendo a prestito da altre arti (senza contare fissità di luci e primitivismi di montaggio, per quel che riguarda in senso stretto quella cinematografica), aggiungendo subito però che non è questo il caso, che si rimane sempre (o quasi) ben al di qua della noia e del fastidio che certe operazioni (condotte male) possono dare.


Tutto questo, potrei dire, sì, certo, e sarebbe pure bello, perché secondo me è di un gran film che si sta parlando (ma Dancer in the dark è e resta una cagata, e così molto altro della produzione precedente). Ma – cazzo! – c’era il Bellandi, capite? Come faccio?

novembre 27, 2003

CANTANDO DIETRO I PARAVENTI, Ermanno Olmi

In Cantando dietro i paraventi c’è Bud Spencer. Punto. Già solo questo basterebbe per pagare il biglietto e andarselo a vedere. Se poi lui nei titoli di coda figura proprio come Bud Spencer (e non come Carlo Pedersoli, o quel che è), e dimostra che può ancora aprire gli occhi più della solita fessura… beh, signore e signori, è un evento da non perdere. Resteranno delusi però tutti quelli che si aspettano anche Trinità-Terence Hill. Mannaggia...
Il film, beh, il film è un tipico film di Ermanno Olmi: chi ha visto Il mestiere delle armi (e questo potrebbe essere l’ideale seguito), La leggenda del Santo bevitore e ovviamente L’albero degli zoccoli, sa di cosa si parla. Manca, secondo me (e siccome qui ci scrivo solo io, tutto è relativo e il secondo me è verità assoluta, presuntuosa e tersa; tie’ tie’ tie’), e del tutto, il RITMO. Un esempio: nell’Albero degli Zoccoli si raccontava la vita umile e raccolta, ciclica e misera, ecc ecc, di poveri contadini e braccianti di fine Ottocento. Ovviamente, la si raccontava con un tono perfettamente adeguato alla materia narrata. Insomma, era una naturale conseguenza. E fin lì niente da obiettare, se prendiamo il film singolo, in sé e per sé. Sennonché, questa cosa diventa maniera, alla lunga; un modo per travestire tutto quel che si fa da Opera d’Arte, di quelle con la O e la A maiuscola, seriose e solenni, che forse sembrerebbero anche assai noiose, ma visto che ispirano una rigida riverenza e un rigido rispetto, le si fa passare, quasi ammirati. È un’operazione piuttosto furba, in fin dei conti. Così succede nel Mestiere delle armi, in cui “ogni gesto sembra venire direttamente da Dio” (ok, la frase non è mia, ma le virgolette le ho messe no? Cazzo volete? L’ha detto Claudio Magris!), e in cui la ricostruzione minuziosa e maniacale del tempo passato fa da antidoto (anestetico?) alla noia che si sprigiona e che così si trasforma. Non si riesce ad attrarre un interesse, però si incute rispetto. Ma il solco resta: da una parte la Cultura, sempre quella con la C maiuscola; dall’altra la gente, che magari la prima rispetta e riverisce, ma vi gira alla larga, con rispetto dicendo che non “ne capisce” un cazzo.
Che succede invece in Cantando dietro i paraventi? Si narra una storiella, e come sempre quando l’occhio della cinepresa si sposta a Oriente abbiamo il solito zuppone di orientalismi: il teatro kabuki, quello No, l’Opera di Pechino, le geishe, la musica statica e stucchevole, la ritualità, i samurai, le dinastie, la tradizione dello spettacolo estremamente lungo, durante il quale la gente mangia, beve, conversa, guardandolo solo con la coda dell’occhio e con un’attenzione relativa, eccetera eccetera.
Per quanto, in questo caso, siano tutti filologicamente esatti (e ci mancherebbe: Olmi sta sempre sul limitare del pedante), zuppone restano. Siamo in Cina e uno studentello (alquanto antipatico e, a vederlo, dotato presumibilmente di una pienezza di sé e di una spocchia tale da far impallidire gli intellettualini che ai primi anni d’università si vestono solo di velluto, fumano i cigarillos e frequentano i circoli cinematografici alternativi), con un misterioso pacchetto regalo, corre per arrivare in tempo ad uno spettacolo, che però ha tutti i crismi del giapponesissimo teatro kabuki (misto di recitazione, balletto, voce narrante e pantomima; “cammino fiorito” – tipico ponte-palco del teatro in questione; lunghezza della pièce – che però è preceduta da altre pièces, e questo invece è tipico dell’Opera di Pechino; attenzione episodica e superficiale dell’uditorio, che si intrattiene amabilmente con delle zoccole-schiave, come da tradizione peraltro, ecc). Lo spettacolo narra una favola di pirati. Una piratessa, a dire il vero; una storia molto esile e semplice, complicata e ingarbugliata ogni tanto (o forse ero io che mi perdevo, pensando a altre cose – d’altra parte ve l’ho detto già, che sono un critico affidabile come la merda, e forse meno…) da qualche raggiro politico e managerial-commerciale di quei tempi. Il tutto col solito ritmo-zero, compensato appunto dalla possibilità che si resti in ammirazione rispettosa & pensosa di tutto ciò che sta intorno alla favola, perché siamo persone civili e educate, di fronte alla cultura. Di quelle che si vestono bene quando vanno in un museo, e con la cravatta addirittura se vanno a teatro. E via, e via.
In sintesi: nient’affatto delizioso, come si dice (è una tonalità che a Olmi penso proprio manchi del tutto). Però, nemmeno pretenzioso, insomma. Non il massimo. Ma c'è BUD SPENCER!!! Volete Mettere?